Franco Roberti e Francesco Curcio della Direzione nazionale antimafia sono intervenuti nella giornata di ieri al convegno organizzato dall’associazione “Not Dark Yet” per spiegare la posizione della DNA sul tema della legalizzazione della cannabis.

Si è svolto ieri a Napoli il convegno organizzato dall’associazione “Not Dark Yet”, dedicato al tema della legalizzazione delle droghe leggere a cui hanno partecipato medici magistrati e politici a favore della regolamentazione della cannabis.

Al convegno sono intervenuti  anche il PM Woodcockche ieri con una lettera a Repubblica si è espresso a favore della legalizzazione della marijuana – e la DNA, rappresentata per l’occasione dal Procuratore nazionale antimafia Franco Roberti e da Francesco Curcio, sostituto procuratore nazionale antimafia.

La discussione sul tema della legalizzazione della marijuana è stata inaugurata proprio dalle parole di Franco Roberti che si è detto ” Favorevole a una disciplina che attribuisca ai Monopoli di Stato in via esclusiva la coltivazione, la lavorazione e la vendita della cannabis, cosa che sottrarrebbe spazi di mercato alle organizzazioni criminali” per poi sottolineare “ma siamo però radicalmente contrari ad autorizzare la coltivazione della cannabis ai privati, sia in forma individuale che associata, perché sopratutto nel caso dell’ auto-produzione in forma associata si rischierebbe di aprire un varco per il reingresso nell’affare da parte della criminalità organizzata”.

Della stessa opinione – ovviamente – anche il sostituto procuratore Francesco Curcio che si è detto convinto che con la legalizzazione della cannabis l’autoproduzione diventerebbe un concetto “superato”, in quanto tutti saranno liberi di acquistarla presso gli esercizi commerciali sotto monopoli di stato. Successivamente l’intervento del sostituto procuratore nazionale antimafia si è focalizzato sul fallimento dell’attuale sistema repressivo contro le droghe leggere che – secondo il suo parere – si è rivelato troppo costoso per le casse dello stato e non ha prodotto risultati soddisfacenti.

Leggermente diversa la posizione del magistrato Henry John Woodcock che si è espresso a favore di una regolamentazione della cannabis “meno monopolista”. Nella sua visione ( che è quella che noi sentiamo più vicina al nostro pensiero N.d.r) la legalizzazione della marijuana non deve essere un pretesto per far arricchire le multinazionali, ma deve essere un’opportunità per creare lavoro e competenze all’interno del sistema economico nazionale.

 

 

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2 COMMENTI

  1. I vertici della Direzione Nazionale Antimafia tornano ad esprimersi contro il proibizionismo, sottolineando comunque che sono radicalmente contrari ad autorizzare la coltivazione della cannabis ai privati, sia in forma individuale che associata.
    Provo a comprendere il loro timore nell’autorizzare la produzione attraverso forme associative: certamente il nostro Stato, che non riesce a monitorare neppure gli appalti pubblici per la realizzazione delle strade, autorizzando tali attività rischierebbe di aprire un varco “legale” alla criminalità organizzata.
    Potremmo ritrovarci con Igor “il Russo”, a fare da presidente in un Cannabis Social Club!!!
    Ma ormai è troppo tardi per proporre esclusivamente il “monopolio”, vietando l’autoproduzione.
    Se ci avessero pensato negli anni 80, quando il lungimirante Pannella chiedeva la legalizzazione distribuendo hashish, forse il popolo italiano avrebbe accettato di “fumare” ciò che avrebbe potuto passare il Governo; esattamente come ha accettato ciò che ha passato la mafia.
    Ma gli oltre 30 anni di proibizionismo hanno portato molti consumatori di cannabis all’autoproduzione, non sovvenzionando le narcomafie, e ribellandosi all’insensato divieto imposto dalla Legge.
    Chi coltiva cannabis, schifa quella venduta per strada. Perché dovrebbe accettare quella prodotta dallo Stato? La “Cannabis di Stato” sarà il prodotto ideale per il consumatore occasionale, o per il curioso.
    Ma è inaccettabile per i consumatori di cannabis che sono diventati dei veri intenditori: estremamente critici nello scegliere le qualità.
    Mi scuso in anticipo per ciò che sto per scrivere, perché potrebbe sembrare eccessivamente arrogante, ma è solo una constatazione dei fatti.
    Il 28 ottobre del 2008 fui arrestato perché trovato in possesso del raccolto di 60 piante, coltivate con metodi biologici in vasi da 25 litri, all’interno di una serra che mi ero costruito da solo. La Polizia dichiarò che avevo prodotto 18Kg di cannabis asciutta. Chi guarda le foto delle piante ancora ad inizio della fioritura, pensa che ci sia stato un errore: sono piante che sembrano superavano i 500g di infiorescenze l’una.
    Tutto questo coltivando da solo, e nascondendomi come se stessi davvero commettendo un crimine.
    Invece, il centro farmaceutico militare di Firenze, autorizzato a produrre cannabis e agevolato dal lavoro del Dr. Giampaolo Grassi che fornisce talee belle e pronte, ha prodotto solo 15kg di cannabis dopo anni di sperimentazioni.
    Quanti anni impiegherà lo Stato per produrre cannabis ad uso ricreativo? E quale consumatore accetterà quel prodotto?
    Se la scienza ne’ riconosce la scarsissima pericolosità, e l’elevatissimo potere terapeutico; perché ogni cittadino non deve essere libero di mettere in serra il seme della genetica che preferisce?
    Dateci un numero massimo di piante, inasprite le pene per lo spaccio, ma non osate vietare la coltivazione personale del vegetale più utile all’uomo, da sempre.
    Per secoli la canapa ha fornito cellulosa per far carta, su cui sono stati stampati i libri che hanno tramandato la conoscenza. Dobbiamo essere grati a questa pianta per le scoperte geografiche dato che per fare un veliero serviva più canapa che legno: le vele, le corde, i vestiti dei marinai, l’olio che bruciava nelle lanterne, le carte nautiche… tutto veniva prodotto dalla canapa.
    La scienza ha dimostrato che la canapa è la pianta più utile all’uomo, anche dal punto di vista terapeutico.
    Sfido chiunque a trovare un prodotto erboristico con effetti terapeutici evidentissimi contro: Sclerosi Multipla, SLA, Parkison, Alzheimer, ed altre malattie del sistema nervoso centrale; Cancro, Glaucoma, Fibromialgia, dolore cronico, depressione, …
    Oggi sappiamo che le infiorescenze di cannabis hanno questo potere.
    Eppure, i nostri rappresentanti politici che non temono di armare le mani dei cittadini, non temono di deviarli col gioco d’azzardo, non temono di avvelenarli con il cibo spazzatura venduto dalle catene di fast food e nei supermercati, che non temono e autorizzano l’uso di pesticidi e diserbanti; temono ancora la cannabis.
    Certamente non è piantandosi della canapa in casa che possiamo avere certezza di guarire da una patologia. Per quello ci facciamo aiutare da Medici e Farmacisti che hanno sperimentato più di noi ed hanno realizzato estratti idonei alle varie esigenze.
    Però si può affermare con la stessa certezza che, l’autorizzare i cittadini maggiorenni a coltivare un numero limitato di piante, non lederà alla nostra società.
    Certamente la cannabis, come moltissime altre cose, fa bene se usata in un certo modo. Ma lasciatelo dire a chi la usa da sempre, piuttosto che ad ignoranti proibizionisti.
    Io sono un consumatore responsabile di cannabis da 25 anni. Non fumo sigarette di tabacco, non bevo alcol, pratico sport, amo leggere.
    Ho frequentato posti in cui si consumava cannabis ed altri in cui veniva invece consumato alcol. Nei primi mi sono sempre sentito sicuro: non ho mai visto persone “fumate” fare a botte, e mai nessuno è finito in ospedale. Per consumo di cannabis non è mai morto nessuno nell’intera storia dell’umanità.
    Dove invece si usa e abusa legalmente di alcol, c’è sempre da temere che scoppi una rissa, o che qualche ubriaco si faccia male anche da solo, perdendo l’equilibrio. Per non parlare dei ricoveri per coma etilico; o dei figli concepiti per errore a causa di una sbronza.
    Sono infondati i timori sulle conseguenze che potrebbe avere la legalizzazione dell’autoproduzione, permessa solo ai maggiorenni, sui minori: quello che spinge un giovane ad usare delle droghe è la curiosità, che si amplifica ponendo divieti. Usare una droga deve invece essere una scelta consapevole e responsabile. L’esempio concreto arriva dal vino, usato come bevanda e per pasteggiare: impariamo ad assumerlo responsabilmente sin da bambini. Ci sarà sempre qualche individuo che, per motivi individuali, abuserà dell’alcol. Purtroppo negli ultimi anni il fenomeno sembra essere in aumento, soprattutto tra i giovani. Ma il motivo va ricercato nell’educazione che essi ricevono in merito all’uso di bevande alcoliche, e non nella libertà di bere.
    Sarebbe forse più logico creare un albo dei coltivatori/consumatori, anche se vorrebbe dire ghettizzare chi decide di consumare il fiore di questa pianta.
    I nostri politici potrebbero pensare ad un “patentino” per il consumatore/coltivatore, come si fa per chi vuol andare a funghi; ma non possono più impedire che i semi di canapa germoglino e fioriscano nelle case degli italiani.

    Giuseppe Nicosia
    antiproibizionista e consumatore responsabile di cannabis.

    • Ciao Giuseppe e grazie per il tuo contributo, a questo post e alla causa.
      Hai colto in pieno le motivazioni che spingono la DDA a schierarsi contro l’autoproduzione( sia individuale che associata). Secondo Francesco Curcio – sostituto procuratore nazionale antimafia – infatti il problema dell’autocoltivazione ( sopratutto in forma associata) è da ricercarsi nella pratica – svolta sopratutto dalla criminalità organizzata – di creare finte associazione/cooperative, per far rientrare le loro operazioni illegali nella legalità. Secondo Curcio ( e ovviamente non mi sento di dargli torto) questa pratica si ripercuoterà anche sul mercato legale della cannabis. Tuttavia mi trovo in netto disaccordo con il suo ragionamento. La criminalità organizzata investe in tutti i settori, se dovessimo applicare lo stesso ragionamento dell’antimafia su tutti i settori in cui la mafia investe, dovremmo abolire l’economia privata in questo paese.
      Quello delle finte associazioni dunque è un problema che riguarda l’inefficienza dello stato, non è un problema che riguarda un settore (qualsiasi esso sia).
      La soluzione potrebbe essere quella che nel 2013 è entrata in vigore in Uruguay: ogni coltivatore deve essere registrato ( con il rispetto della privacy) in un apposito registro amministrato da un ente di diritto pubblico, un po come l’esempio che hai riportato del patentino.