il lato oscuro della cannabis light e le importazioni svizzere

Da quando la legge 242 del 2 Dicembre 2016 è entrata in vigore il business della cosiddetta cannabis light è esploso, dando vita ad iniziative imprenditoriali d’eccellenza ma anche ad investimenti sconsiderati che hanno ben presto portato il settore ad interrogarsi sulla bontà delle iniziative nate al suo interno.

Il fenomeno delle infiorescenze di cannabis legale ha sicuramente apportato una rivoluzione nel settore della canapa, andando a creare un giro d’affari da 50 milioni di euro l’anno e 1000 posti di lavoro. Ma come in ogni fiaba anche in quella della cannabis light si nasconde un antagonista, che non deve essere ricercato necessariamente tra i detrattori del settore o nel proibizionismo della politica italiana degli ultimi mesi: il vero nemico del settore si annida nel settore stesso e silenziosamente sta portando l’intero comparto verso una cruda realtà.

Per comprendere meglio quali sono i lati oscuri che attanagliano il settore della cannabis light dobbiamo fare un passo indietro: nel Gennaio del 2017 la legge del 242 del 2 Dicembre 2016 entra in vigore, rimanendo per alcuni mesi una semplice legge in grado di facilitare la coltivazione di canapa già da tempo prevista in Italia, andando ad abbassare il tasso di responsabilità degli agricoltori e di fatto facilitando il lavoro di coltivazione e produzione di prodotti a base di canapa.

Dopo alcuni sonnacchiosi mesi dall’entrata in vigore della legge l’interpretazione della stessa ha portato un gruppo di ragazzi a vederci un apriscatole in grado di combattere il proibizionismo nazionale: nell’Aprile del 2017 Mary Moonlight,  una piccola Start-up dell’interland milanese, crea la prima realtà che distribuisce infiorescenze di cannabis legale, dando vita ad una vera e propria rivoluzione che ben presto scatenerà una reazione a catena dirompente.

Da quel giorno il settore della canapa non è stato più lo stesso, da quella scintilla rivoluzionaria infatti sono nati centinaia di brand che producono e commercializzano fiori di canapa, migliaia di growshop (negozi dove è possibile acquistare al dettaglio le infiorescenze e prodotti correlati), siti internet specializzati e servizi di delivery per la consegna a domicilio, insomma un vero e proprio ecosistema che ruota attorno al fiore di canapa a basso contenuto di THC.

Una storia che raccontata in questo modo non può far che gridare agli antiproibizionisti della prima ora al miracolo, e di fatto lo è: un piccolo miracolo Made in Italy che nasconde verità taciute che i protagonisti del settore ben si riguardano dal raccontare.

Il lato oscuro del mercato della cannabis light ha tre facce ed ognuna di esse ha diverse sfaccettature poco note, mentre altre sono così scontate da non destare più dissenso all’interno del settore e questo è ancora più preoccupante se si analizza la situazione molto delicata in cui vive la filiera italiana.

Per analizzare la prima faccia dobbiamo andare in Svizzera, quella che oggi è da molti considerata  la patria della canapa legale. Il paese elvetico infatti è stato il primo in europa ad aver cavalcato l’onda dirompente della canapa a basso contenuto di THC, creando nel tempo una filiera costituita da oltre seicento produttori che, attratti dal fiorente mercato, hanno deciso di investire tempo e risorse nella produzione di infiorescenze di cannabis legale.

Le cifre dell’Amministrazione federale delle dogane (AFD) illustrano bene il fenomeno della canapa in Svizzera: i produttori registrati a inizio 2017 erano cinque; dodici mesi dopo se ne contavano 490 e oggi sono 630. Un boom della canapa light che non ha però tardato a mostrare quello che per i coltivatori è l’effetto collaterale più sgradito: il crollo dei prezzi.

All’inizio del boom infatti un chilo di cannabis era venduto all’ingrosso a circa  6’000 franchi (circa 5mila euro), l’anno successivo il primo crollo dovuto al sovraffollamento del settore ha fatto attestare il prezzo a 4000 franchi (3500 euro circa), mentre oggi se si è fortunati si riesce a venderlo a 1700 franchi (circa 1500 euro).

Il problema risiede nel fatto che la curva di domanda della cannabis legale non è cresciuta sensibilmente da quando il settore elvetico è nato ( ma non c’è stata nemmeno una flessione) ma la curva di offerta invece è aumentata a dismisura: il risultato è stato una sovrapproduzione di canapa ad alto tenore di CBD che ha costretto l’intero settore svizzero a subire una forte battuta d’arresto.

Davanti l’inevitabile saturazione del mercato svizzero, alcuni produttori hanno aguzzato gli occhi ed hanno iniziato a guardare oltre frontiera.

Quale paese se non l’Italia poteva essere visto come terreno fertile per gli affari dei produttori elvetici? La sovrapproduzione di canapa svizzera infatti viene esportata in Italia (oltre che in Francia ed Austria) e questo ha salvato molte aziende dal fallimento certo. La canapa light è molto richiesta nel nostro paese come conferma un produttore elvetico citato dalla Luzerner Zeitung, il quale afferma di riporre tutte le sue speranze nell’estero e soprattutto nell’Italia.

Ed è qui che arriviamo alla prima sfaccettatura oscura che proviene dalle relazioni commerciali tra Svizzera e Italia sul fronte della cannabis light. Durante i primi anni in cui il fenomeno è esploso approvvigionarsi dalla vicina svizzera per avere infiorescenze pronte per essere immesse nel mercato dai brand italiani è stata la scelta più veloce e pratica per molti di loro.

Tuttavia la pratica di acquistare infiorescenze dalla svizzera per venderle nel mercato italiano non è un’ alternativa prevista dalla legge 242 del 2016 la quale tuttavia, avendo diversi vuoti normativi, non punisce ne incoraggia questa pratica.

Nonostante diversi punti di vista giurisprudenziali sulla questione il fenomeno delle importazioni svizzere è cresciuto sensibilmente negli ultimi anni, ma liceità o no questa pratica nasconde un’arma potenzialmente devastante per l’intero settore.

Prima di tutto bisogna osservare che nonostante la legge non punisca direttamente questa pratica dice chiaramente che i prodotti derivati dalla canapa ( e di conseguenza anche le infiorescenze) devono provenire da semi certificati dall’Unione Europea e il prodotto finito non deve avere un quantitativo di THC superiore allo 0,2% con una soglia di tolleranza che arriva fino allo 0.6%.

In Svizzera la questione è sensibilmente diversa e lo stato garantisce non solo una soglia di tolleranza più elevata ( che si attesta all’1%) ma anche la possibilità di utilizzare ulteriori tipologie di semi non previste dalla normative europea alla quale si affida l’Italia. Già da qui appare del tutto chiaro che nonostante una delle interpretazioni della 242 consenta il libero scambio di infiorescenze a base di canapa non consente l’utilizzo delle stesse se provenienti da semi non certificati con un quantitativo di THC superiore allo 0.6 %.

Quello che proviene dalla Svizzera non è un prodotto accuratamente studiato per essere venduto in Italia, ma è costituito dalla sovrapproduzione di canapa che i coltivatori elvetici cercano di smaltire su altri mercati, dunque è del tutto ovvio che queste infiorescenze non possono lontanamente rispettare i parametri di legalità stabiliti dal nostro paese. Come fare dunque per smaltire questo prodotto senza avere problemi con la legge?

Per evitare di avere problemi dal punto di vista legali alcune società italiane, in collaborazione con i colleghi elvetici, hanno messo a punto una strategia per rendere “legale”, quantomeno dal punto di vista della forma, il prodotto di origine svizzera.

Il funzionamento di questa strategia è molto semplice: il produttore svizzero mette nei forni le infiorescenze di canapa legale che all’origine hanno un quantitativo di THC superiore allo 0.6% (quindi illegale nel nostro paese) e le alte temperature abbattono il quantitativo di THC della pianta fino a portarlo entro i parametri di legalità previsti dal nostro paese. Dopo aver effettuato questa operazione inviano ( molte volte in maniera poco lecita se non totalmente illegale) il prodotto così ottenuto nel territorio italiano appoggiandosi ad un coltivatore legale che, falsificando le carte in suo possesso, garantisce che quel prodotto è stato coltivato in Italia.

La strategia oltre ad essere moralmente discutibile è illegale ma dato che non esiste una legge per prevenire e punire questi atteggiamenti viene sopitamente ignorata dai più. Il danno è presto detto: non solo la concorrenza sleale rischia di far diventare invenduto il prodotto 100% made in italy, a danno degli agricoltori onesti che hanno deciso di investire tempo e risorse nel settore, ma danneggia anche il cliente che acquista il prodotto che , credendo di acquistare un prodotto italiano biologico, si ritrova tra le mani un infiorescenza trattata ad alte temperature, che non solo fa perdere il quantitativo necessario di THC per renderla legale nel nostro paese, ma ne distrugge le qualità organolettiche in generale.

La degradazione delle proprietà organolettiche porta via con se anche un grande numero di terpeni naturalmente presenti nelle infiorescenze di cannabis che vengono successivamente sostituiti con la loro variante chimica, molte volte senza rispettare la dovuta diluizione, creando un potenziale danno alla salute di chi utilizza questi prodotti.

Secondo Pietro Moramarco, amministratore di Mary Moonlight, il problema risiede nel fatto che negli ultimi anni “ il mercato ha attratto tantissime realtà che si sono azzardate sul mercato senza avere alle spalle una struttura vera e consolidata, andandosi quindi a rifornire da queste aziende svizzere che utilizzano trattamenti discutibili per vendere la loro sovrapproduzione in Italia”.

“Essendo noi – prosegue – un’azienda nata all’inizio del fenomeno della cannabis light, abbiamo avuto il tempo per costruire una filiera controllata che garantisce, non solo una produzione interna, ma anche la garanzia che i prodotti da noi commercializzati non subiscono questi trattamenti”.

La parola chiave per poter salvare il settore da questi atteggiamenti sleali sembra proprio essere filiera controllata, si, perché la cannabis light ora si trova ad un bivio decisivo: o si punta su una autoregolamentazione diffusa ( aspettando una regolamentazione da parte dello stato) o l’intero settore è a rischio.

 

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