cassazione vieta la cannabis light

La cassazione motiva la sentenza del 30 Maggio 2019: “non assume alcuna rilevanza, al fine di escludere la illiceità della condotta, il mancato superamento delle percentuali di THC”.

 

Le tanto attese motivazioni alla sentenza del 30 Maggio 2019 sono arrivate. Secondo la cassazione –  che ha presentato il documento (SU-30475-del-2019-cannabis-sativa <- leggibile qui) –  la legge 242 del Dicembre 2016 non permette la commercializzazione di infiorescenze di cannabis light ma si applica soltanto nei limiti della coltivazione della cannabis sativa L.

Il testo prodotto dagli ermellini è articolato su diverse argomentazioni che cercano di spiegare in maniera concreta le motivazioni che hanno portato la cassazione a delineare questo scenario. Primo punto rilevante ad essere smontato dai giudici è la possibilità di poter vendere infiorescenze di cannabis light facendole rientrare all’interno del settore del floroivaismo. Si legge nel documento che ” è il caso di sottolineare che non si rinviene alcun dato testuale, nè alcuna indicazione di ordine sistemico, come chiarito, che possa giustificare la tesi – che pure è stata espressa – volta a far rientrare le infiorescenze di canapa nell’ambito delle coltivazioni destinate al florovivaismo”.

Continuando la lettura del documento tuttavia si scoprono dettagli ancora più importanti riguardo al futuro del settore della cannabis light, che ora rischia sul serio di essere compromesso. Secondo i giudici infatti la 242 del 2016 tutela solo ed esclusivamente gli agricoltori nel caso in cui con un analisi si arrivi a determinare un principio attivo nei limiti dello 0,6. Il documento infatti spiega:

” La normativa in esame prevede che vengano effettuati controlli sulle coltivazioni di canapa, rientranti nel delineato settore agroalimentare, mediante il prelevamento di campioni provenienti da colture in pieno campo, ai fini della determinazione quantitativa del contenuto di tetraidrocannabinolo (THC). L’art. 4, comma 5, legge n. 242 del 2016, stabilisce, al riguardo, che, qualora all’esito del controllo il contenuto complessivo di THC della coltivazioni risulti superiore allo 0,2 per cento ed entro il limite dello 0,6 percento, << nessuna responsabilità è posta a carico dell’agricoltore che ha rispettato le prescrizioni di cui alla presente legge>>; ed il successivo comma 7 prevede che in caso di superamento del valore soglia dello 0,6 per cento di THC; possano essere disposti il sequestro e la distruzione della coltivazione, per ordine dell’autorità giudiziaria, del par con esonero di responsabilità in capo all’agricoltore.
Si tratta di misure volte a tutelare esclusivamente l’agricoltore che, pur impiegando qualità consentite, nell’ambito della filiera agroalimentare delineata dalla novella del 2016, coltivi canapa che, nel corso del ciclo produttivo, risulti contenere, nella struttura, una percentuale di THC compresa tra lo 0,2 per cento e lo 0,6 per cento, ovvero sopra il limite massimo”.

Come se non bastasse la cassazione chiarifica anche un altro aspetto fondamentale che mette in ginocchio l’intera filiera della cannabis light, quello relativo ai limiti di THC presenti nel fiore. “Occorre al riguardo rilevare – si apprende dal documento –  che erroneamente le richiamate percentuali di THC sono state valorizzate al fine di affermare la liceità dei derivati dalla coltivazione della cannabis sativa L. – e la loro commercializzazione – ove contenenti percentuali inferiori allo 0,6 ovvero allo 0,2 per cento”.

Su questo punto la cassazione sembra essersi espressa molto bene, secondo la giurisprudenza applicata infatti i limiti di THC previsti dalla 242 sono assolutamente irrilevanti ai fini del decretare l’illegalità della condotta.

” la realizzazione di prodotti diversi da quelli inseriti nell’elenco di cui all’art.2, comma 2, legge n. 242cit., risultano penalmente rilevanti, ai sensi dell’art. 73, commi 1 e 4, T.U. stup. che sanziona oltre alla coltivazione, la produzione, l’estrazione, la vendita, la cessione, la distribuzione, il commercio, la consegna, la detenzione e le altre attività di messa in circolazione delle sostanze stupefacenti o psicotrope di cui alla tabella II, prevista dall’art. 14. Sul punto, deve sottolinearsi che non assume alcuna rilevanza, al fine di escludere la illiceità della condotta, il mancato superamento delle percentuali di THC di cui all’art. 4, commi 5 e 7, legge n.242 del 2016, atteso che tali valori riguardano esclusivamente il contenuto consentito di THC presente nella coltivazione – e non nei derivati – nell’ambito della specifica attività di coltivazione agroindustriale della canapa“.

Nel citare i prodotti consentiti nell’elenco presente nella 242 all’articolo 2 comma 2 i giudici concludono che “foglie, inflorescenze, olio e resina, diversi da quelli tassativamente indicati dall’art 2, comma 2, legge n. 242 del 2016 da un lato è estranea all’ambito di operatività della predetta legge, dall’altro integra una attività illecita, secondo la generale disciplina contenuta nel T.U. stup”.

Questo significa la fine del settore della cannabis light? Tutto sembra portare a questa conclusione se non fosse per il fatto che nel documento viene citat nuovamente il famoso “salvo non abbia una concreta efficacia drogante”(Pagina 16-17 del documento) che tutti abbiamo appreso già dalla sentenza del 30 Maggio. Ora la parola passa agli avvocati: non sarà una battaglia semplice ma forse c’è ancora un piccolo barlume di speranza.

 

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